Dopo 1000 anni, la Fiera di Sant’Orso ritrova egualmente il suo fascino popolare in uno splendido intreccio di costumi, tradizioni e artigianato locale.

Le mani costantemente alzate nell’intento di abbracciare in un unico impatto la fiumana di gente.

Questo è il gesto tipico di chi, come noi, forse un po’ malati di fotografia, si appresta a compiere un viaggio fantastico nella cultura della gente di montagna. Scendono una volta all’anno da tutte le valli laterali mettendo in mostra le loro opere d’arte, sì, perché è proprio di opere d’arte che si tratta. Ed è così che si spegne il grigiore di una quotidianità mentre le vie del centro di Aosta assaporano il gusto della festa, dei colori accesi, del brulicare della gente tra mille bancarelle.

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Dall’Arco di Augusto fino a Piazza Chanoux ed oltre ancora l’aria è pervasa dal sapore e dal gusto del legno, modellato nelle sue infinite forme. Negli sguardi degli espositori tutta la fatica e l’orgoglio del lavoro svolto, l’arte contadina  in questi due giorni di celebrazioni assurge al mito. Una battaglia delle ‘reine’ scolpita nel legno oppure scene di fienagione e di transumanza incise sulla pietra ollare, la metafora è tutta lì. L’atavica lotta dei popoli montanari in un ambiente spesso ostile che non regala nulla. L’attesa di un intero anno viene ripagata al momento dell’esposizione allorché centinaia di persone potranno finalmente scoprire l’opera, bella o brutta che sia, ma sicuramente non priva di fascino. Forse è il momento da gustare di più, fatto di gesti, di sguardi penetranti, e perché no, anche di contrattazioni! Un’equa ricompensa per un pezzo unico da riporre in soggiorno e da mostrare agli amici. La fiera è un crogiuolo di personaggi tipici appartenenti ad epoche lontane, le mani logorate dal tempo e con il viso scavato. Alcuni ancora intenti a lavorare, curvi sul loro manufatto, ammiccano per una fotografia alla quale si dispongono ben volentieri. Vicoli nascosti si introducono nei meandri della città vecchia ed ecco d’incanto le vestigia dell’Anfiteatro romano risalente all’epoca augustea. E’ un attimo di respiro e di silenzio, fuori dal frastuentro. 

Una donna ci scruta con tenerezza mentre si accinge alla lavorazione del pizzo a tombolo e poco più in là la smorfia di un viso crepacciato e asciutto che ricerca la giusta venatura del legno. All’inizio è piuttosto grezzo, quasi impacciato. Scruta la materia prima nella sua interezza, cerca di capirne l’aspetto, le angolature migliori e quando lo scalpello affonda i suoi colpi il destino del ciocco è segnato. Agili movimenti in linea, peraltro estremamente precisi, denotano la capacità dell’uomo nel modellare la materia. E’ così che nascono i sabots, le caratteristiche calzature dei valligiani. Simpatiche orde di commedianti e musici d’altri tempi si annidano negli angoli più nascosti, dispersi tra la Collegiata e la Chiesa di San Lorenzo, attirando altrettante orde di bimbi entusiasti. E tra un cartoccio di caldarroste e un bicchiere di vin brulè il gioco continua passando sotto la Porta Pretoria sin fino alla piazza della Cattedrale, anche se il ‘core business’, diremmo oggi, è concentrato nella tendopoli e sotto i portici di Piazza Chanoux, ricca di espositori di ogni foggia. Mobili di pregio e suppellettili particolarmente ricercate ne costituiscono il fulcro. L’afflusso di pedoni è notevole, soprattutto tanti francesi che in Valle d’Aosta si sentono di casa, guidati nel loro peregrinare dalle guardie forestali.

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Una sosta all’interno della Chiesa di San Lorenzo con annessa visita alla cripta ci concede un attimo di riflessione. Sì, è una bella festa, ma piuttosto logorante! Decidiamo di riemergere da quest’oasi di pace mentre il sole fa capolino dietro le cime innevate del ghiacciaio del Ruitor, lasciando il posto alle lampade color arancio disseminate sull’intero percorso. La stanchezza si riappropria degli astanti ancora intenti a concludere qualche affare. Piccoli tavolini semi abbandonati riportano i resti frugali del pasto di oggi. Chi si è già defilato contento di aver realizzato il guadagno dell’anno e chi, invece, raccoglie mestamente le proprie reliquie avvolto nel suo mantello, nascosto da una folta barba. Forse una lacrima va e rigirando il capo in fondo alla via, giusto il tempo di ammirare il gonfalone della città tra canti e balli nella notte della Veillà di Sant’orso. 

By: Jockely